Emanuele: “mai più” con i fatti, non solo a parole

Non dobbiamo domandarci “dove arriveremo?”, per scrollarci di dosso ogni responsabilità e andare avanti alla cieca convincendoci stupidamente del fatto che i potenziali assassini siano tutti fuori dalle mura del nostro mondo perfetto, perché non è assolutamente così.

Al contrario, dobbiamo frenare seccamente, renderci conto che ci siamo dentro tutti e resettare ogni cosa facendo un lungo passo indietro. La nostra è senza dubbio l’epoca dell’egoismo più estremo: rapporti sociali zero, facce sullo schermo dello smartphone 24h e interazioni niente affatto reali ma solo virtuali. Ci hanno costruito un mondo su misura, dove tutto sembra ruotare intorno a noi, dove siamo più importanti degli altri, dove il nostro tempo conta più di una moglie, di un marito, dei figli, degli amici. Ma soprattutto, ci hanno fatto credere che possiamo fare quel che vogliamo agli altri e che non abbiamo doveri bensì solo diritti, perché il mondo è nostro. Ebbene, non è così.

Rimettiamoci in discussione consapevoli di ciò che siamo davvero, ossia uno su sette miliardi e mezzo nel mondo e uno su trentamila ad Alatri, praticamente zero! Analizziamo la nostra quotidianità con occhio critico e non da vittime, piantiamola di giustificare ogni nostra porcata giornaliera perché tanto lo fanno tutti o perché “occhio per occhio dente per dente”. La morte di Emanuele va onorata con i fatti, non con le faccine indignate e neanche con i post al vetriolo su Facebook.

Serve un segno tangibile della nostra sensibilità dinanzi a questa tragedia, soprattutto ora che si sono spenti i riflettori mediatici. E non deve trattarsi di un cambiamento che dura un attimo bensì di una sterzata definitiva a 180 gradi. Dobbiamo fermarci per avere il tempo di capire cosa siamo diventati e poi ripartire al contrario, perché la società che condanniamo categoricamente siamo noi!

È inutile tapparsi il naso per non avvertire l’odore del sangue di Emanuele: se il risultato delle nostre vite, che si tratti di Alatri, dell’Alaska o dell’Australia non ha importanza, è un innocente di vent’anni con il cranio fracassato e steso esanime in strada, vuol dire che abbiamo sbagliato tutto e che dobbiamo subito ricominciare in modo diverso, se davvero vogliamo che un fatto così brutto non accada mai più. Evitare e ripudiare, in famiglia, al lavoro, in amore, con gli amici, ogni forma di violenza: fisica, psicologica, verbale. Questo è ricominciare.

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